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proprio vitio sit maligna": 'anche se resa malvagia dal suo errore').
Questo cambiamento di prospettiva avrà conseguenze che non mancheremo di sottolineare piú avanti.


Il rapporto problematico che esiste tra gli storici della scienza e il mondo tardoantico è ben descritto nel saggio di Lelia Cracco Ruggini, "Scienze pure ed applicate nella cultura tardoantica", in Storia di Roma: L'età tardoantica (Torino, Einaudi, 1993), in cui purtroppo le scienze mediche sono solo brevemente accennate. Il lettore interessato potrà trovare qualche informazione su Marcello di Bordeaux, Oribasio di Pergamo e Teodoro Prisciano in AA.VV., Storia del pensiero medico occidentale: 1. Antichità e medioevo, (Bari, Laterza, 1993), e nel bel libro di Jacques André, Être médecin à Rome (Parigi, Les Belles Lettres, 1987), oppure alle voci corrispondenti nella Realenzyclopädie der Altertumswissenschaft di Pauli-Wissowa. Altrimenti, dovrà rivolgersi ai testi originali: Theodori Prisciani, Euporiston libri III, edito da V. Rose, Teubner, 1894; Marcelli Empirici, De medicamentis liber, edito da G. Helmereich, Teubner, 1889; Oribasii, Synopsis ad Eustathium: Libri ad Eunapium, edito da J. Raeder, Teubner, 1926; Pseudo-Apuleii, Herbarius, edito da E. Howald e H.E. Sigerist (Corpus medicorum latinorum vol. 4, Teubner, 1927). Devo le idee concernenti "l'etica diversa" del mondo tardoantico alla lettura di Ranuccio Bianchi-Bandinelli, "Gusto e valore dell'arte provinciale", in Storicità dell'arte classica (Roma, De Donato, 1973, p. 381-413), e quelle sul ruolo del sacro a Peter Brown, specialmente in The Making of Late Antiquity (Cambridge Mass., Harvard University Press, 1978). Agostino e la teoria cristiana delle allucinazioni sono discussi in Jean-Claude Schmitt, Les Révenants: Les vivants et les morts dans la société médiévale (Parigi, Gallimard, 1994). Il lettore interessato alla formazione del simbolismo naturalistico cristiano leggerà con piacere il lucido saggio introduttivo di Francesco Zambon a Il fisiologo (Milano, Adelphi, 1975).
L'identificazione di un recettore cannabinoide espresso nei linfociti è in Munro, S., Thomas, K.L., Abu-Shaar, M., "Molecular Characterization of a Peripheral Receptor for Cannabinoids", Nature n. 365 (1993), p. 61-65.

UNA BADESSA, UN PAPA E UN MERCANTE (XII - XIV SECOLO)

Anche per la canapa indiana il Medioevo fu un'età buia. E nel buio, ha osservato Carlo Maria Cipolla nel suo classico studio "Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo", accadono cose strane.
In quei secoli difficili, "per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all'agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni furono creati i baroni" (Filippo di Vitry, 1295-1361).
Impegnati com'erano a difendere gli oppressi e a procurarsi pepe in Terrasanta, i baroni non avevano tempo per occuparsi della canapa. Gli agricoltori, poi, che magari qualcosa potevano saperne perché la coltivavano, avevano altre gatte da pelare e assai poco agio per scrivere delle loro esperienze psichedeliche (ed è un peccato, perché pare che ne avessero talora di interessanti). Restano quindi il clero e i mercanti: a loro ci rivolgiamo nella speranza di trovarvi un barlume di luce, in tanta oscurità.
Il clero dell'epoca faceva di tutto un poco, e ogni lettore di Umberto Eco sa che non c'era convento che non fosse anche farmacia e ospedale. Un ignoto amanuense del nono secolo, per esempio, tracciando la mappa del grande monastero benedettino di San Gallo in Svizzera vi incluse un infirmarium e un herbularius (giardino dei semplici) diviso in sedici appezzamenti, ciascuno contrassegnato dal nome della pianta officinale che avrebbe dovuto ospitare. Ma dissoltesi le grandi scuole mediche dell'antichità e smarritane in gran parte la lezione, che medicina si poteva mai praticare in un monastero? In prima approssimazione, un amalgama di tradizioni folcloriche locali e di terapeutica greco-romana, mediato da traduzioni latine di Dioscoride, dall'Erbario di Apuleio Platonico e da altri due o tre testi di minore importanza. Soprattutto dove il peso dell'eredità romana era piú debole e l'influenza grecizzante degli arabi risentita piú lentamente, lontano dall'Italia per esempio, la tradizione popolare e la medicina folclorica ispiravano con forza tutta particolare i ricettari farmaceutici e i testi di terapia.
Il passo che proponiamo descrive appunto un uso medicinale della cannabis certamente originato dalla tradizione folclorica: è stato scritto, in un latino piú che zoppicante "inconsciamente bilingue", da Hildegarda, badessa nel convento benedettino di Bingen, e santa estatica.


Hildegarda di Bingen, La medicina semplice, I (11)

La canapa ["hannf"] è calda, e cresce quando l'aria non è né molto calda né molto fredda, e anche la sua natura è cosí, e il suo seme è salutare, e mangiarlo fa bene alle persone sane, ed è leggero per lo stomaco e utile, perché ne scaccia lo slim ed è digeribile, e diminuisce i cattivi umori e rafforza i buoni umori. Tuttavia, chi ha testa malata e cervello vuoto ["cerebrum vacuum"] se mangia della canapa avrà facilmente dei dolori di testa. Chi invece ha la testa sana e il cervello pieno non riceverà male. Ma chi invece è molto malato avrà anche mal di stomaco. Se invece è poco malato, non ne riceverà male.

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