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su questo sintomo cosí tipico del consumo di cannabis; molti secoli dopo Oribasio, il medico americano Victor Robinson lo descriverà cosí: "Un calore delizioso pervade tutto il mio corpo. Ardente e beato galleggio nell'universo, consunto da un'irresistibile passione" (An Essay on Hasheesh, ca. 1930, p. 74). Le proprietà calefacenti della cannabis sono sfruttate dalla medicina tardoantica per curare, con un collegamento logico che è caratteristico della mentalità premoderna, le ustioni da freddo. Questo impiego, già noto a Plinio (Storia naturale, XX, 259), è descritto in un compendio anonimo di fitoterapia, giunto a noi sotto il nome spurio di "Erbario di Apuleio Platonico".
Apuleio Platonico, Erbario, CXV (1-2)
1. Per il dolore al seno. Applica la canapa selvatica pestata in grasso animale: guarisce l'edema e, se c'è ascesso, lo purga. 2. Per le scottature da freddo. Stempera nell'aceto il frutto della canapa selvatica, tritato con seme d'ortica, e applicalo alle scottature.
Famosissimo e copiatissimo durante tutto il Medioevo, l'Erbario di Apuleio non ha, naturalmente, nulla che vedere con l'Apuleio autore dell'Asino d'oro, vissuto due secoli prima. Le sue prescrizioni, non sempre originalissime, in questo caso sono probabilmente esatte: gli effetti antinfiammatori della cannabis, già noti a Dioscoride, sono stati confermati da scoperte scientifiche recenti. Forse la piú importante di queste è l'identificazione, sulla membrana esterna dei linfociti (cellule che svolgono un ruolo centrale nell'infiammazione e nella risposta immunitaria), di un recettore proteico che si lega selettivamente a due sostanze presenti nella cannabis: il delta-9-tetraidrocannabinolo (?9THC) e il cannabidiolo. Se da un lato la tarda antichità vede rinascere, dopo la crisi economica e culturale del terzo secolo, l'interesse per la divulgazione scientifica e la ricerca empirica, dall'altro, e forse principalmente, essa è protagonista di una profonda rivoluzione religiosa che ha come epicentro una ridefinizione del concetto di sacro. Fa parte di questa rivoluzione il rifiorire della magia, che nell'impero romano d'occidente si configura molto piú nelle forme di magia provinciale e contadina che in quelle alchimistiche e astrologiche della magia egizia e orientale. L'opera medica di Marcello di Bordeaux, che ha attirato gli strali volterriani dei pochi studiosi che se ne sono occupati, è una delle migliori testimonianze di tale tendenza.
Marcello di Bordeaux, I farmaci, IX (77)
Lega la radice di canapa al tuo braccio destro: di preferenza, avvolgici tutto il braccio, ma se ne hai poca, allora fattene un amuleto da sospendere al collo. Per farti capire quanto è potente questo rimedio: se leghi la radice come ti ho spiegato, il flusso del sangue si fermerà immediatamente, e si rimetterà a scorrere quando la slegherai e leverai la radice.
Empirico e magico, il quarto secolo si conclude con un gigante dello spirito occidentale, che non possiamo tralasciare in questa nostra storia: Agostino, vescovo di Ippona. Non saprei dire se nei suoi 100 trattati, 300 lettere e 700 sermoni sant'Agostino abbia mai avuto occasione di menzionare la canapa indiana. Ha però certamente parlato di allucinazioni e di sostanze (piante?) che le procurano, e cosí facendo ha marcato in modo definitivo il pensiero europeo su tale questione per almeno dieci secoli; cioè fino a quando un nuovo evento, l'invenzione della stregoneria, cambierà di nuovo radicalmente la situazione. Per il pensiero premoderno, in una pianta la capacità di agire sul corpo umano, modificandolo, è effetto della natura intima della pianta stessa, natura che si manifesta sotto forme molteplici: nella sua anatomia, nel suo habitat, nella sua storia mitica e, naturalmente, in quelle che oggi chiamiamo, stricto sensu, le sue azioni farmacologiche. Tale natura si può definire divina, ma soltanto nella misura in cui l'aggettivo è usato in senso animista: la pianta è sí dimora d'una divinità, ma d'una divinità che le è propria. Il fatto poi che un'erba o una radice producano allucinazioni e delirio dà alla loro natura numinosa un carattere particolare: spesso una pianta psicotropa è abitata da figure semidivine legate al mondo dei morti, della medicina e della divinazione, per esempio le Ninfe; proprio come i pazzi e gli stolti, che sono "colpiti dalle Ninfe" (nympholeptoi). Con Agostino, si sancisce un allontanamento radicale dalla suddetta visione animista: interrogatosi sulla natura delle allucinazioni (La città di Dio, XVIII, 18), egli risponde riallacciandosi all'esegesi cristiana, secondo cui il mondo naturale è divino non "juxta propria principia", cioè secondo principi che gli sono intimi, ma in quanto specchio di realtà celesti e teatro dello scontro tra le forze del bene e quelle del male. Per Agostino, perciò, ogni allucinazione (anche quelle prodotte da "arti magiche" o da "veleni") è frutto di una ludificazione diabolica che opera sulla fantasia dell'uomo: il diavolo, che nulla può creare, trasforma l'immagine delle cose create da Dio perché sembrino all'uomo ciò che esse non sono (si ricordi che il diavolo è pur sempre di natura angelica, "licet
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