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Dioscoride, I materiali della medicina, III (165-166)

165. Canapa domestica.
La canapa è usata per fabbricare corde resistenti. Ha la foglia simile a quella del frassino, maleodorante, fusto lungo e vuoto, seme rotondo che mangiato in grande quantità diminuisce la fertilità nel maschio, e che invece, spremuto quando è ancora verde, è efficace per il mal d'orecchio.
166. Canapa selvatica.
La canapa selvatica ha il fusto breve come quello dell'altea, ma piú scuro, piú acuto e piú piccolo; la foglia somiglia a quella della canapa domestica, ma è piú acuta e piú scura; il fiore, rossastro, è come quello del lychnis, il seme e la radice come quelli dell'altea. La radice macerata mitiga le infiammazioni, riduce gli edemi e disperde il tessuto indurito intorno alle articolazioni. La sua corteccia è adatta alla fabbricazione di corde.

È difficile nascondere un certo disappunto di fronte a questo arido resoconto di produzione di funi e di effetti antinfiammatori. Eppure il messaggio è chiaro: Dioscoride ignorava gli effetti psicotropi della cannabis. E come lui Plinio che, pur citandola almeno quattro volte, nella Storia naturale non stabilisce alcun nesso tra la canapa e le herbae magicae, le piante psicoattive di cui parla nel libro XXIV.
Tuttavia, che certe piante potessero produrre delirio e vaneggiamenti era cosa ben nota a entrambi perché, tra l'altro, già problema sociale (sebbene in senso molto diverso da oggi) e oggetto di legiferazione. La Lex Cornelia de sicariis et veneficiis, per esempio, comminava la deportazione e la confisca dei beni a quei pigmentarii (farmacisti, diremmo noi) che vendevano con troppa leggerezza certe piante, perlopiú psicoattive, che maghi e stregoni adoperavano come ingredienti per filtri d'amore (per esempio, l'Atropa belladonna) o veleni (Aconitum napellus). Alcune di queste piante si ritrovano impiegate in rituali magico-religiosi che, per il loro carattere ctonio ed estatico, lasciano intravedere delle analogie con le fumigazioni scite tramandateci da Erodoto. Un elenco di queste ultime, che leggiamo nelle tarde Argonautiche orfiche (v. 911-924), comprende lo stramonio, la belladonna, il papavero da oppio e l'aconito napello, tutte fortemente attive sul sistema nervoso centrale (e fortemente tossiche), ma non la cannabis. Ignorata dalla medicina come dalla magia, la canapa indiana sembra dunque scomparire dal novero delle piante psicotrope conosciute dal mondo greco-romano, lasciando di sé soltanto qualche eco remota.


A simili conclusioni arrivava l'articolo di Theodore F. Brunner, "Marijuana in Ancient Greece and Rome?", Bulletin for the History of Medicine n. 47 (1973), p. 344-355. Una recente bibliografia su Dioscoride si trova in John M. Riddle, Dioscorides in Pharmacy and Medicine (Austin, University of Texas Press, 1985); si veda inoltre A. Touwaide, "Le Traité de matière médicale de Dioscoride. Pour une nouvelle lecture", Bulletin du Cercle Benelux d'histoire de la pharmacie n. 290 (1990), p. 265-281.
Le Argonautiche orfiche si possono leggere nella traduzione francese di Francis Vian (Parigi, Les Belles Lettres, 1987). Ho tradotto il passo dei Materiali della medicina dalla versione latina di Karl G. Kuhn (Lipsia, 1830, Vol.XXVI, tomo I).

TESTIMONIANZE TARDOANTICHE (IV - V SECOLO d.C.)

Seguendo le tracce disperse della cannabis siamo passati dall'età classica all'ellenismo, e da questo all'apogeo dell'impero di Roma. Accingendoci ora a entrare in quel periodo che va dall'inizio del terzo alla fine del sesto secolo dopo Cristo, ci imbattiamo in una difficoltà inattesa: all'abituale povertà delle fonti storiche a nostra disposizione subentra ora un vuoto piú grave, perché causato non soltanto dalla mancanza di documenti (naturale, se si considera la peculiarità del problema che stiamo affrontando), ma anche da un sorprendente disinteresse per questo periodo da parte degli storici della scienza. L'età tardoantica, in cui un "sentimento nuovo" e una "etica diversa" da quelli dell'età classica sono ormai riconosciuti da altre discipline (come la storia dell'arte), è considerata ancora troppo spesso un'appendice trascurabile del mondo classico. La storia della medicina e della farmacologia, dove abbiamo finora cercato i nostri punti di riferimento, non fanno eccezione.
Eppure, soprattutto nel IV secolo, gli scrittori di cose mediche non mancano: non solo grandi dilettanti (benestanti uomini di lettere prestati alla medicina, come Marcello di Bordeaux), ma anche medici che, come Teodoro Prisciano, tra una visita e l'altra trovano il tempo di scrivere prontuari terapeutici agili e non privi di originalità. Proprio scorrendo qualcuno di questi manuali dimenticati rintracciamo inaspettatamente le orme della cannabis: e questa volta, accanto agli anodini impieghi ripresi dalla tradizione di Dioscoride e Plinio, i suoi effetti psicoattivi fanno di nuovo capolino. Oribasio di Pergamo, per esempio, medico personale di Giuliano l'Apostata, riconosce che il seme di canapa "turba la mente" (Synopsis, IV, 20) e "produce una sensazione di calore corporeo" (ibidem, IV, 31). La voluta impassibilità di tale prosa tecnica non tragga in inganno: uno scrittore emozionalmente piú partecipe avrebbe scelto frasi piú suggestive, ma non avrebbe potuto dire molto di piú

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